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Federico Aldrovandi è stato ucciso da quattro poliziotti. Era il 25 settembre 2005. Molti di voi avranno seguito la vicenda sui giornali o in televisione. I fatti sono noti. E io oggi non vi racconto questi fatti, ma vi racconto del libro che ha scritto la madre di Federico, Patrizia Moretti.

L’ho letto in due giorni, con le lacrime agli occhi, con la rabbia nel cuore e tanto dolore, dolore per una morte violenta, senza spiegazioni, per l’uccisione di un ragazzo, solo contro quattro “schegge impazzite in preda a delirio”, così come sono stati definiti i poliziotti, nel 2012, durante la requisitoria del procuratore generale Gabriele Mazzotta (i quattro imputati sono stati condannati in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo, una condanna a forze dell’ordine prima e unica nel suo genere in Italia).

Questo libro è la storia del coraggio, della tenacia, del bisogno di giustizia, dell’umiltà, dell’incredibile forza di una madre alla quale hanno strappato dalle braccia un figlio di diciotto anni.
Un figlio con tutta la vita davanti. Il dolore per la morte di un figlio non può essere spiegato e credo che sia il passo che precede la follia. Credo ci voglia un attimo per impazzire dopo un evento del genere.
Si cade, si sprofonda in un mare di fango e di lacrime e, in questo caso, anche in un mare di solitudine. Perché per arrivare al processo, alle condanne e alla luce su questa vicenda Patrizia Moretti ha dovuto lottare con tutte le sue forze e resistere alla tentazione di mollare tutto e lasciarsi morire; come è facile pensarlo, la terribile vicenda di Federico rischiava di essere, facilmente, insabbiata, fatta passare per la morte accidentale di un povero ragazzo drogato. Oltre ad aver ucciso Federico hanno anche cercato di infangare orribilmente la sua memoria, dipingendolo come un disadattato, un tossico, un eroinomane (chissà poi a quale eroina si riferivano?).

Ma la famiglia di Federico ha detto no. Ha deciso di andare fino in fondo con tutti i mezzi a sua disposizione per fare conoscere all’Italia intera la storia di un ragazzo di Ferrara, morto alle 5 mattina, in una via della zona residenziale della sua cittadina (una via piena di case). Un ragazzo che ha preso così tante botte (hanno contato sul suo corpo 54 segni di percosse) che due manganelli usati per pestarlo sono stati ritrovati spezzati in due.

Patrizia, con l’aiuto dei giovani amici di Federico, ha aperto un blog, pochi mesi dopo la morte del figlio, iniziando a raccontare in rete la storia di suo figlio, così, quasi senza pensare alla potenza che la rete ha in questi casi.
Il blog ha cominciato a ricevere migliaia di visite e quindi la stampa e l’opinione pubblica non si sono più potute permettere di tacere la notizia. La bomba era scoppiata. Ora l’Italia sapeva e cominciavano a essere veramente tante le persone a conoscenza della storia di Federico e tutte queste persone, come Patrizia, volevano sapere la verità.
Come potevano continuare a dire che quel ragazzo era morto “da solo”, facendosi male “da solo” in preda a una qualche crisi isterica o di nervi?
La madre di Federico ha deciso anche di condividere con tutti la famosa foto scattata al volto del ragazzo durante l’autopsia, con una grossa macchia di sangue sul lenzuolo messo sotto la sua testa e il viso tumefatto dalle botte.

Tutti dovevano sapere. Sono iniziate manifestazioni promosse dalla famiglia Aldrovandi in tutta Italia, Patrizia cercava di essere ovunque (giornali, tv…) perché l’attenzione doveva sempre rimanere alta. E, tra mille difficoltà, si è arrivati al processo. Vengono dette tante bugie su quella notte e sue Federico. Ma, alla fine, viene fatta giustizia. No, Federico non è morto da solo. Federico è morto per le manganellate, i calci, per essere stato ammanettato a terra, a pancia in giù, con due poliziotti seduti di peso sul suo corpo. Gli hanno schiacciato cuore e polmoni. Lui non riusciva a respirare. Ed è morto. Solo e spaventato.
La giustizia ha decretato che i quattro poliziotti hanno provocato la morte del giovane ragazzo. Sono colpevoli.

Patrizia ha subito il dolore più grande che essere umano possa provare nella vita. Ma non si è arresa e non è impazzita. Ha avuto la forza di combattere, per restituire la dignità che volevano togliere alla memoria di Federico per proteggere e coprire quattro “schegge impazzite”.

La madre di Federico è una persona normale, che, come ha raccontato in una intervista, sognava una vita normale, una vita “anonima”. Non voleva che tutta Italia conoscesse lei e la sua famiglia. Voleva vivere una vita tranquilla. Invecchiare vedendo crescere e diventare uomini i suoi figli.
Ma la vita è stata crudele con lei. E così lei si è trovata davanti a due possibilità: lasciarsi consumare e morire nel ricordo di suo figlio morto chissà come oppure combattere con tutte le sue forze per capire e fare luce sulla perdita più dolorosa che esista. Lei ha scelto di combattere. Ha vinto. E questa non è solo la sua vittoria, ma è la vittoria della giustizia, perché una sentenza del genere è la prima in Italia, e certamente è una sentenza che sta facendo storia. Perché di Federico Aldrovandi nel nostro Paese ce ne sono stati molti (e si chiamano Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, si chiamano fatti della scuola Diaz o della caserma Bolzaneto) e deve essere chiaro che è il Paese intero a volere chiarezza su queste vicende. È il paese che vuole la verità.

Io ammiro moltissimo Patrizia Moretti e sono a lei grata per tutto quello che ha fatto e che fa perché sempre più persone possano conoscere la storia di Federico Aldrovandi. E voi potete cominciare a fare qualcosa andando a comprare questo libro.

Una sola stella nel firmamento
di Patrizia Moretti con Francesca Avon
Ed. Il Saggiatore